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La città di Olgiate Comasco e l'incantato mondo delle fiabe ...un binomio
ormai indissolubile! L'Amministrazione Comunale guidata dalla Prof.ssa Maria
Rita Livio e l'Assessorato alla Cultura, con il coinvolgimento della Biblioteca
Comunale S.Mondo, della Pro Loco Olgiatese e di numerose associazioni e volontari
presenti e operanti in città, sono lieti di comunicare che, dal giorno
26 febbraio fino al 26 marzo successivo, il Centro Congressi Medioevo ospiterà
una grande Mostra di illustratori per l'Infanzia, dal titolo "Sirenette di
carta e soldatini d'inchiostro" dedicata ad Hans Christian Andersen per i
200 anni dalla nascita di questo grande autore danese che raccontando il fantastico
quotidiano rivoluzionò per sempre il mondo delle favole. Quanti di
noi non sono rimasti affascinati dalle avventure del brutto anatroccolo, accompagnandolo
idealmente in tutte le peripezie e torti subiti fino al momento in cui si trasforma
in uno splendido cigno; quanti non hanno fatto il tifo per la bella sirenetta
affinché non diventasse umana coronando il suo sogno d'amore con il principe;
e quanti ancora non hanno sorriso davanti alla superficialità con la quale
l'Imperatore decide di farsi i "vestiti nuovi" donando una fortuna ad
alcuni imbroglioni per poi rendersi conto di essere rimasto letteralmente "in
mutande"
queste sono solo alcune delle fiabe che hanno accompagnato
la nostra infanzia , che ci hanno fatto sorridere o molto più probabilmente
commuovere e che potremmo tornare ad ammirare e rivedere visitando la mostra dedicata
a H.C.Andersen. Le
Mostra, o meglio le mostre presenti al Medioevo sono :"Sirenette di carta
e soldatini di inchiostro", "Le nuove illustrazioni dell'imperatore",
"Ole Chiudilocchio" oltre alle "Illustrazioni e creazioni degli
studenti di Arti Visive dell'istituto Europeo di Design di Milano". La
mostra "Sirenette di carta e soldatini di inchiostro" è un omaggio
alla straordinaria capacità dello scrittore di rivelare a bambini e adulti
verità universali attraverso personaggi entrati a far parte dell'immaginario
collettivo di ogni parte del mondo. Nel contempo è l'occasione per
conoscere alcuni tra i maggiori illustratori italiani per l'infanzia. Ognuno
di loro ha scelto di rappresentare con una tavola una fiaba di Andersen.
Un'occasione importante per confrontare stili, tecniche, tendenze, segni anche
molto diversi ma uniti nel saper e voler emozionare e stupire, far sognare e sorprendere.
Nell'ambito della stessa saranno esposte opere dei giovani illustratori dell'Istituto
Europeo del Design di Milano, scuola di grande fama nel settore con la quale è
in corso una collaborazione in un progetto didattico seguito dal prof. Ferruccio
Giromini, dalla prof.ssa Daniela Brambilla e dall'illustratrice Anna Laura Cantone.
Tutto quanto sarà
prodotto ed esposto ad Olgiate verrà, poi, pubblicato anche sulla rivista
Andersen. La mostra. quale ulteirore riconoscimento ha ottenuto inoltre
l'ambitissimo patrocinio della Reale Ambasciata
Danese, come già avvenuto per le medesime iniziative di successo allestite
ed organizzate in grandi città quali Genova, Bologna e Roma.
L'evento
olgiatese sarà accompagnato, come già avvenuto
nel 2003 e nel 2004, dalle giornate di manifestazioni di
FANTASTICOLGIATE, previste per domenica
12 e domenica 26 marzo, che vedranno la chiusura del
centro cittadino per spettacoli teatrali, di giocoleria, di magia e di musica,
nonché laboratori creativi e letture animate. La MOSTRA
"LE FIABE DI ANDERSEN IN CITTA'" avrà i seguenti orari d'apertura:
da lunedì a venerdì dalle ore 15,00 alle 18,00 sabato e domenica
dalle 10,00 alle 12,00 e dalle 15,00 alle 18,00 Visite guidate per scolaresche
e gruppi al mattino su prenotazione. Per informazioni
e per prenotare le visite guidate per le scolaresche, da effettuarsi nei giorni
di martedì, venerdì e sabato dalle 9 alle 12 si può contattare
la Biblioteca Comunale al numero 031-946388. 
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| Sabato
25 Febbraio 2006 Ore 17.00 Medioevo Inaugurazione
della Mostra Internazionale dellIllustrazione per lInfanzia
Ore
17.45 Medioevo
seguirà lo Spettacolo Teatrale "I Vestiti
Nuovi dell'Imperatore" 
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Domenica
12 Marzo 2006 Dalle ore 10.00 alle ore 18.30
Spettacoli ed attrazioni per tutto il giorno |
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LA
CREATIVENDOLERIA - L'ELLEBORO - (Spello, PG) Orario spettacolo
11.30 - 15.00 e 16.00 "FiliBUStiere". Uno spettacolare galeone
pieno di... pirati!
ARTEATRO
- (Cazzago Brabbia, VA)Orario Spettacolo 14.30 e 17.30
"Biancaneve". Rivisitazione poetica e divertente della fiaba di Biancaneve. MAMO
- (San Fermo, CO), Orario Spettacolo 11.00 - 15.00 e 16.00
"Piume arruffate e onde del mare". Letture animate per i più
piccoli. IL
CERCHIO TONDO - (Mandello del Lario, CO), Orario Spettacolo
11.30 - 14.30 e 16.30 "Il circo dei
burattini". Burattini e marionette giocano agli artisti del circo. VERONICA
GONZALEZ - (Forlimpopoli, FC), Orario Spettacolo 11.00 -
14.30 e 16.00 "C'era una volta un piede". Un fantastico teatrino
tutto fatto... con i piedi! MICHELA
MERAZZI - (Grecia) Orari 10.45, 11.15, 12.45, 13.15
"I vestiti nuovi dell'Imperatore, "Giambabbeo", "La sirenetta",
"La pastorella e lo spazzacamino". Narrazioni intorno alle più
belle fiabe di Andersen. GIANCARLO
MIGLIORATI - (Stezzano, BG). Orario Spettacolo 15.00 e 17.00
"Le storie di Andersen". Letture animate e asta di piccoli oggetti strani. ITALENTO
- (Ravenna).Orario Spettacolo 11.30 e 14.30 "Gli
Sbiellati". Clown, giocolieri, scultori di palloncini, cavalcano incredibili
bolidi senza pistoni. ASSOCIAZIONE
G.A.A.S. - (Bagnaria, PV).Orario Spettacolo 12.00 e 15.30
"Giorgio One Man Jazz Band" e "Walter il funambolo dei Tarocchi
giganti". L'incontenibile simpatia di Giorgio e le doti acrobatiche di Walter. LABORATORI
LUDICI E CREATIVI "Il Castello dell'Imperatore"dalle
ore 10.45 alle ore 13.00
e dalle ore 14.30 alle ore 18.00 BIBLIOMOSTRA,
Auditorium Medioevo
dalle ore 10.45 alle ore 13.00 e dalle ore 14.30 alle ore 18.00 *
IL MERCATINO&CORTILE DEI GOLOSI: Cioccolata,
Biscotti e il MATOCH (Dolce
tipico di Olgiate) espositori di generi alimentari e
leccornie 
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Domenica
26 Marzo 2006 Dalle
ore 10.00 alle ore 19
Spettacoli ed attrazioni per tutto il giorno
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| LA
CREATIVENDOLERIA - L'ELLEBORO - (Spello, PG) "Il Campuer". Uno strano
camper pieno di sorprese.
ANDREA
LORENI - (Torino) "Il funambolo". Uno spettacolo da restare col
fiato sospeso. IL
BAULE VOLANTE - (Ferrara) "Il tenace soldatino di stagno e altre storie".
Un giocattolo che si sente solo... ma dentro di lui batte un piccolo cuore di
stagno che lo accompagnerà in un viaggio avventuroso. IL
TEATRINO DELL'ERBA MATTA - (Toirano - SV) "L'acciarino magico".
Un soldato incontra una strega... TEATRO
DEL DRAGO - (Ravenna) "Il rapimento del principe Carlo". Spettacolo
di burattini. MICHELA
MERAZZI - (Grecia) "I vestiti nuovi dell'Imperatore, "Giambabbeo",
"La sirenetta", "La pastorella e lo spazzacamino". Narrazioni
intorno alle più belle fiabe di Andersen. IL
TEATRO VIAGGIANTE - (Cologno Monzese - MI) "Panem et circensis".
Una divertente parodia del circo tradizionale insieme a Cip e Ciop. MAMO
- (San Fermo - CO) "Piume arruffate e onde del mare". Letture animate
per i più piccoli. ITALENTO
- (Ravenna). "I giganti di Baloss", "I giocolieri" e "Il
Carillon". Un romantico carillon con le ruote e la sua dolce ballerina. Funamboli
e giocolieri per stare insieme in allegria. JAMBÈ.
Bonghi e percussioni MANGIAFUOCO
E GIOCOLERIA LABORATORI
LUDICI E CREATIVI *
IL MERCATINO&CORTILE DEI GOLOSI: Cioccolata,
Biscotti e il MATOCH (Dolce tipico di Olgiate) espositori
di generi alimentari e leccornie
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SPETTACOLO
PIROTECNICO "
Piazzetta del Soldatino"ore 21.00 | |

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Riprova
le emozioni vissute da bambino... Leggi o Ri-Leggi le fiabe
di Andersen
| La
Principessa sul Pisello di Hans Christian Andersen
C'era
una volta un principe che voleva avere per sé una principessa, ma doveva
essere una vera principessa. Perciò viaggiò per tutto il mondo
per trovarne una, ma ogni volta c'era qualcosa di strano: di principesse ce n'erano
molte, ma non poteva mai essere certo che fossero vere principesse; infatti sempre
qualcosa andava storto. Così se ne tornò a casa e era veramente
molto triste, perché desiderava di cuore trovare una vera principessa.
Una sera c'era un tempo pessimo, lampeggiava e tuonava, la pioggia scrosciava,
che cosa terribile! Bussarono alla porta della città e il vecchio re andò
a aprire. C'era una principessa lì fuori. Ma come era conciata con
quella pioggia e quel brutto tempo! L'acqua le scorreva lungo i capelli e gli
abiti e le entrava nelle scarpe dalla punta e le usciva dai tacchi; eppure sosteneva
di essere una vera principessa. Adesso lo scopriremo! pensò
la vecchia regina, ma non disse nulla, andò nella camera da letto, tolse
tutte le coperte e mise sul fondo del letto un pisello, su cui mise venti materassi
e poi venti piumini. Lì doveva passare la notte la principessa.
Il mattino successivo le chiesero come avesse dormito. «Oh, terribilmente
male» disse la principessa «non ho quasi chiuso occhio tutta la notte.
Dio solo sa, che cosa c'era nel letto! Ero sdraiata su qualcosa di duro, e ora
sono tutta un livido. È terribile!»
Così poterono
constatare che era una vera principessa, perché attraverso i venti materassi
e i venti piumini aveva sentito il pisello. Nessuno poteva essere così
sensibile se non una vera principessa. Il principe la prese in sposa, perché
ora sapeva di aver trovato una vera principessa, e il pisello fu messo nella galleria
d'arte, dove ancor oggi si può ammirare, se nessuno l'ha preso. Bada
bene, questa è una storia vera! 
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Il
brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen Era
così bello in campagna, era estate! Il grano era bello giallo, l'avena
era verde e il fieno era stato ammucchiato nei prati; la cicogna passeggiava sulle
sue slanciate zampe rosa e parlava egiziano, perché aveva imparato quella
lingua da sua madre. Intorno ai campi e al prati c'erano grandi boschi, e in mezzo
al boschi si trovavano laghi profondi; era proprio bello in campagna! Esposto
al sole si trovava un vecchio maniero circondato da profondi canali, e tra il
muro e l'acqua crescevano grosse foglie di farfaraccio, e erano così alte
che i bambini più piccoli potevano stare dritti all'ombra delle più
grandi. Quel luogo era selvaggio come un profondo bosco; lì si trovava
un'anatra col suo nido. Doveva covare gli anatroccoli, ma ormai era quasi stanca,
sia perché ci voleva tanto tempo sia perché non riceveva quasi mai
visite. Le altre anatre preferivano nuotare lungo i canali piuttosto che risalire
la riva e sedersi sotto una foglia di farfaraccio a chiacchierare con lei.
Finalmente una dopo l'altra, le uova scricchiolarono. «Pip, pip» si
sentì, tutti i tuorli delle uova erano diventati vivi e sporgevano fuori
la testolina. «Qua, qua!» disse l'anatra, e subito tutti
schiamazzarono a più non posso, guardando da ogni parte sotto le verdi
foglie; e la madre lasciò che guardassero, perché il verde fa bene
agli occhi. «Com'è grande il mondo!» esclamarono i piccoli,
adesso infatti avevano molto più spazio di quando stavano nell'uovo.
«Credete forse che questo sia tutto il mondo?» chiese la madre. «Si
stende molto lontano, oltre il giardino, fino al prato del pastore; ma fin là
non sono mai stata. Ci siete tutti, vero?» e intanto si alzò. «No,
non siete tutti. L'uovo più grande è ancora qui. Quanto ci vorrà?
Ormai sono quasi stufa» e si rimise a covare. «Allora, come va?»
chiese una vecchia anatra giunta a farle visita. «Ci vuole tanto tempo
per quest'unico uovo!» rispose l'anatra che covava. «Non vuole rompersi.
Ma dovresti vedere gli altri! Sono i più deliziosi anatroccoli che io abbia
mai visto assomigliano tanto al loro padre, quel briccone, che non viene neppure
a trovarmi.» «Fammi vedere l'uovo che non si vuole rompere!»
disse la vecchia. «Può essere un uovo di tacchina! Anch'io sono stata
ingannata una volta, e ho passato dei guai con i piccoli che avevano una paura
incredibile dell'acqua. Non riuscii a farli uscire. Schiamazzai e beccai, ma non
servì a nulla. Fammi vedere l'uovo. Sì, è un uovo di tacchina.
Lascialo stare e insegna piuttosto a nuotare ai tuoi piccoli.» «Adesso
lo covo ancora un po'; l'ho covato così a lungo che posso farlo ancora
un po'!» «Fai come vuoi!» commentò la vecchia
anatra andandosene. Finalmente quel grosso uovo si ruppe. «Pip, pip»
esclamò il piccolo e uscì: era molto grande e brutto. L'anatra lo
osservò. «È
un anatroccolo esageratamente grosso!» disse. «Nessuno degli altri
è come lui! Purché non sia un piccolo di tacchina! Bene, lo scopriremo
presto. Deve entrare in acqua, anche a costo di prenderlo a calci!»
Il giorno dopo era una giornata bellissima; il sole splendeva sulle verdi foglie
di farfaraccio. Mamma anatra arrivò con tutta la famiglia al canale. Splash!
si buttò in acqua; «qua, qua!» disse, e tutti i piccoli si
tuffarono uno dopo l'altro. L'acqua coprì le loro testoline, ma subito
tornarono a galla e galleggiarono beatamente; le zampe si muovevano da sole e
c'erano proprio tutti, anche il piccolo brutto e grigio nuotava con loro.
«No, non è un tacchino!» esclamò l'anatra «guarda
come muove bene le zampe, come si tiene ben dritto! È proprio mio! In fondo
è anche carino se lo si guarda bene. Qua, qua! venite con me, vi condurrò
nel mondo e vi presenterò agli altri abitanti del pollaio, ma state sempre
vicino a me, che nessuno vi calpesti, e fate attenzione al gatto!» Entrarono
nel pollaio. C'era un chiasso terribile, perché due famiglie si contendevano
una testa d'anguilla, che alla fine andò al gatto. «Vedete come
va il mondo!» disse la mamma anatra leccandosi il becco, dato che anche
lei avrebbe voluto la testa d'anguilla. «Adesso muovete le zampe»
aggiunse «provate a salutare e a inchinarvi a quella vecchia anatra. È
la più distinta di tutte, è di origine spagnola, per questo è
così pesante! Guardate, ha uno straccio rosso intorno a una zampa. È
una cosa proprio straordinaria, la massima onorificenza che un'anatra possa ottenere.
Significa che non la si vuole abbandonare, e che è rispettata sia dagli
animali che dagli uomini. Muovetevi! Non tenete i piedi in dentro! Un anatroccolo
ben educato tiene le gambe ben larghe, proprio come il babbo e la mamma. Ecco!
Adesso chinate il collo e dite qua!» E così fecero, ma le altre
anatre lì intorno li guardarono e esclamarono: «Guardate! Adesso
arriva la processione, come se non fossimo abbastanza, e, mamma mia com'è
brutto quell'anatroccolo! Lui non lo vogliamo!» e subito un'anatra gli volò
vicino e lo beccò alla nuca. «Lasciatelo stare» gridò
la madre «non ha fatto niente a nessuno!» «Sì, ma
è troppo grosso e strano!» rispose l'anatra che lo aveva beccato
«e quindi ne prenderà un bel po'!» «Che bei piccini
ha mamma anatra!» disse la vecchia con lo straccetto intorno alla zampa
«sono tutti belli, eccetto uno, che non è venuto bene. Sarebbe bello
che lo potesse rifare!» «Non è possibile, Vostra Grazia!»
rispose mamma anatra «non è bello, ma è di animo molto buono
e nuota bene come tutti gli altri, anzi un po' meglio. Credo che, crescendo, diventerà
più bello e che col tempo sarà meno grosso. È rimasto troppo
a lungo nell'uovo, per questo ha un corpo non del tutto normale». E intanto
lo grattò col becco sulla nuca e gli lisciò le piume. «Comunque
è un maschio» aggiunse «e quindi non è così importante.
Credo che avrà molta forza e riuscirà a cavarsela!». «Gli
altri anatroccoli sono graziosi» disse la vecchia. «Fate come se foste
a casa vostra e, se trovate una testa d'anguilla, portatemela.» E così
fecero come se fossero a casa loro. Ma il povero anatroccolo che era uscito
per ultimo dall'uovo e che era così brutto venne beccato, spinto e preso
in giro, sia dalle anatre che dalle galline: «È troppo grosso!»
dicevano tutti, e il tacchino, che era nato con gli speroni e quindi credeva di
essere imperatore, si gonfiò come un'imbarcazione a vele spiegate e si
precipitò contro di lui, gorgogliando e con la testa tutta rossa. Il povero
anatroccolo non sapeva se doveva rimanere o andare via, era molto abbattuto perché
era così brutto e tutto il pollaio lo prendeva in giro. Così
passò il primo giorno, e col tempo fu sempre peggio. Il povero anatroccolo
veniva cacciato da tutti, persino i suoi fratelli erano cattivi con lui e dicevano
sempre: «Se solo il gatto ti prendesse, brutto mostro!» e la madre
pensava: Se tu fossi lontano da qui!. Le anatre lo beccavano, le galline
lo colpivano e la ragazza che portava il mangime alle bestie lo allontanava a
calci. Così volò oltre la siepe; gli uccellini che si trovavano
tra i cespugli si alzarono in volo spaventati. È perché io
sono così brutto pensò l'anatroccolo e chiuse gli occhi, ma
continuò a correre. Arrivò così nella grande palude, abitata
dalle anatre selvatiche. Lì giacque tutta la notte: era molto stanco e
triste. Il mattino dopo le anatre selvatiche si alzarono e guardarono il loro
nuovo compagno. «E tu chi sei?» gli chiesero, e l'anatroccolo si voltò
da ogni parte e salutò come meglio poté. «Sei proprio
brutto!» esclamarono le anatre selvatiche «ma a noi non importa nulla,
purché tu non ti sposi con qualcuno della nostra famiglia!» Quel
poveretto non pensava certo a sposarsi, gli bastava solamente poter stare tra
i giunchi e bere un po' di acqua della palude. Lì rimase due giorni,
poi giunsero due oche selvatiche, o meglio, due paperi selvatici, dato che erano
maschi. Era passato poco tempo da quando erano usciti dall'uovo e per questo erano
molto spavaldi. «Ascolta, compagno» dissero «tu sei così
brutto che ci piaci molto! Vuoi venire con noi e essere uccello di passo? In un'altra
palude qui vicino si trovano delle graziose oche selvatiche, tutte signorine,
che sanno dire qua! Tu potresti avere fortuna, dato che sei così brutto!»
Pum, pum! si sentì in quel momento, entrambe le anatre caddero
morte tra i giunchi e l'acqua si arrossò per il sangue. Pum, pum!»
si sentì di nuovo, e tutte le oche selvatiche si sollevarono in schiere.
Poi spararono di nuovo. C'era caccia grossa; i cacciatori giravano per la palude,
sì, alcuni s'erano arrampicati sui rami degli alberi e si affacciavano
sui giunchi. Il fumo grigio si spandeva come una nuvola tra gli alberi neri e
rimase a lungo sull'acqua. Nel fango giunsero i cani da caccia plasch, plasch!
Canne e giunchi dondolavano da ogni parte. Spaventato, il povero anatroccolo piegò
la testa cercando di infilarsela sotto le ali, ma in quello stesso momento si
trovò vicino un cane terribilmente grosso, con la lingua che gli pendeva
fuori dalla bocca e gli occhi che brillavano orrendamente; avvicinò il
muso all'anatroccolo, mostrò i denti aguzzi e plasch! se ne andò
senza fargli nulla. «Dio sia lodato!» sospirò l'anatroccolo
«sono così brutto che persino il cane non osa mordermi.»
E rimase tranquillo, mentre i pallini fischiavano tra i giunchi e si sentiva sparare
un colpo dopo l'altro. Solo a giorno inoltrato tornò la quiete, ma
il povero giovane ancora non osava rialzarsi; attese ancora molte ore prima di
guardarsi intorno, e poi si affrettò a lasciare la palude il più
presto possibile. Corse per campi e prati, ma c'era molto vento e faceva fatica
a avanzare. Verso sera raggiunse una povera e piccola casa di contadini, era
così misera che lei stessa non sapeva da che parte doveva cadere, e così
rimaneva in piedi. Il vento soffiava intorno all'anatroccolo, tanto che lui dovette
sedere sulla coda per poter resistere, ma diventava sempre peggio. Allora notò
che la porta si era scardinata da un lato e era tutta inclinata, e che lui, attraverso
la fessura, poteva infilarsi nella stanza, e così fece. Qui abitava
una vecchia col suo gatto e la gallina; il gatto, che lei chiamava figliolo,
sapeva incurvare la schiena e fare le fusa, e faceva persino scintille se lo si
accarezzava contro pelo. La gallina aveva le zampe piccole e basse e per questo
era chiamata coccodè gamba corta, faceva le uova e la donna
le voleva bene come a una figlia. Al mattino si accorsero subito dell'anatroccolo
estraneo, e il gatto cominciò a fare le fusa e la gallina a chiocciare.
«Che succede?» chiese la vecchia, e si guardò intorno, ma non
ci vedeva bene e così credette che l'anatroccolo fosse una grassa anatra
che si era smarrita. «È proprio una bella preda!» disse «ora
potrò avere uova di anatra, purché non sia un maschio! Lo metterò
alla prova.» E così l'anatroccolo restò in prova per tre
settimane, ma non fece nessun uovo. Il gatto era il padrone di casa e la gallina
era la padrona, e sempre dicevano: «Noi e il mondo!» perché
credevano di esserne la metà, e naturalmente la metà migliore. L'anatroccolo
pensava che si potesse avere anche un'altra opinione, ma questo la gallina non
lo sopportava. «Fai le uova?» chiese la gallina. «No.»
«Allora te ne vuoi stare zitto!» E il gatto gli disse: «Sei
capace di inarcare la schiena, di fare le fusa e di fare scintille?».
«No!» «Bene, allora non devi avere più opinioni,
quando parlano le persone ragionevoli.» E l'anatroccolo se ne stava
in un angolo, di cattivo umore. Poi cominciò a pensare all'aria fresca
e al bel sole. Lo prese una strana voglia di andare nell'acqua, alla fine non
poté trattenersi e lo disse alla gallina. «Cosa ti succede?»
gli chiese lei. «Non hai niente da fare, è per questo che ti vengono
le fantasie. Fai le uova, o fai le fusa, vedrai che ti passa!» «Ma
è così bello galleggiare sull'acqua!» disse l'anatroccolo
«così bello averla sulla testa e tuffarsi giù fino al fondo!»
«Sì, è certo un gran divertimento!» commentò
la gallina «tu sei ammattito! Chiedi al gatto, che è il più
intelligente che io conosca, se gli piace galleggiare sull'acqua o tuffarsi sotto!
Quanto a me, neanche a parlarne! Chiedilo anche alla nostra signora, la vecchia
dama! Più intelligente di lei non c'è nessuno nel mondo. Credi che
lei abbia voglia di galleggiare o di avere l'acqua sopra la testa?»
«Voi non mi capite!» disse l'anatroccolo. «Certo, se non
ti capiamo noi chi dovrebbe capirti, allora? Non sei certo più intelligente
del gatto o della donna, per non parlare di me! Non darti delle arie, piccolo!
e ringrazia il tuo creatore per tutto il bene che ti è stato fatto. Non
sei forse stato in una stanza calda e non hai una compagnia da cui puoi imparare
qualcosa? Ma tu sei strambo, e non è certo divertente vivere con te. A
me puoi credere: io faccio il tuo bene se ti dico cose spiacevoli; da questo si
riconoscono i veri amici. Cerca piuttosto di fare le uova o di fare le fusa o
le scintille!» «Credo che me ne andrò per il mondo»
disse l'anatroccolo. «Fai come vuoi!» gli rispose la gallina.
E così l'anatroccolo se ne andò. Galleggiava sull'acqua e vi si
tuffava, ma era disprezzato da tutti gli animali per la sua bruttezza. Venne
l'autunno. Le foglie del bosco ingiallirono, il vento le afferrò e le fece
danzare e su nel cielo sembrava facesse proprio freddo. Le nuvole erano cariche
di grandine e di fiocchi di neve, e sulla siepe si trovava un corvo che, ah! ah!
si lamentava dal freddo. Vengono i brividi solo a pensarci. Il povero anatroccolo
non stava certo bene. Una sera che il sole tramontava splendidamente, uscì
dai cespugli uno stormo di bellissimi e grandi uccelli; l'anatroccolo non ne aveva
mai visti di così belli. Erano di un bianco lucente, con lunghi colli flessibili:
erano cigni. Mandarono un grido bizzarro, allargarono le loro magnifiche e lunghe
ali e volarono via, dalle fredde regioni fino ai paesi più caldi, ai mari
aperti! Si alzarono così alti che il brutto anatroccolo sentì una
strana nostalgia, si rotolò nell'acqua come una ruota, sollevò il
collo verso di loro e emise un grido così acuto e strano, che lui stesso
ne ebbe paura. Oh, non riusciva a dimenticare quei bellissimi e fortunati uccelli
e quando non li vide più, si tuffò nell'acqua fino sul fondo, e
tornato a galla era come fuori di sé. Non sapeva che uccelli fossero e
neppure dove si stavano dirigendo, ma ciò nonostante li amava come non
aveva mai amato nessun altro. Non li invidiava affatto. Come avrebbe potuto desiderare
una simile bellezza! Sarebbe stato contento se solo le anatre lo avessero accettato
tra loro. Povero brutto animale! E l'inverno fu freddo, molto freddo. L'anatroccolo
dovette nuotare continuamente per evitare che l'acqua ghiacciasse, ma ogni notte
il buco in cui nuotava si faceva sempre più stretto. Ghiacciò, poi
la superficie scricchiolò. L'anatroccolo doveva muovere le zampe senza
fermarsi, affinché l'acqua non si chiudesse; alla fine si indebolì,
si fermò e restò intrappolato nel ghiaccio. Al mattino
presto arrivò un contadino, lo vide e col suo zoccolo ruppe il ghiaccio,
poi lo portò a casa da sua moglie. Lì lo fecero rinvenire. I
bambini volevano giocare con lui, ma l'anatroccolo credette che gli volessero
fare del male; e per paura cadde nel secchio del latte e lo fece traboccare nella
stanza. La donna gridò e agitò le mani, lui allora volò sulla
dispensa dove c'era il burro, e poi nel barile della farina, e poi fuori di nuovo!
Uh, come si era ridotto! La donna gridava e lo inseguiva con le molle del camino
e i bambini si urtavano tra loro cercando di afferrarlo e intanto ridevano e gridavano.
Per fortuna la porta era aperta; l'anatroccolo volò fuori tra i cespugli,
nella neve caduta, e lì restò, stordito. Sarebbe troppo straziante
raccontare tutte le miserie e i patimenti che dovette sopportare nel duro inverno.
Si trovava nella palude tra le canne, quando il sole ricominciò a splendere
caldo. Le allodole cantavano, era giunta la bella primavera! Allora sollevò
con un colpo solo le ali, che frusciarono più robuste di prima e che lo
sostennero con forza, e prima ancora di accorgersene si trovò in un grande
giardino, pieno di meli in fiore, dove i cespugli di lilla profumavano e piegavano
i lunghi rami verdi giù fino ai canali serpeggianti. Oh! Che bel posto!
e com'era fresca l'aria di primavera! Dalle fitte piante uscirono, proprio davanti
a lui, tre bellissimi cigni bianchi; frullarono le piume e galleggiarono dolcemente
sull'acqua. L'anatroccolo riconobbe quegli splendidi animali e fu invaso da una
strana tristezza. Voglio volare da loro, da quegli uccelli
reali; mi uccideranno con le loro beccate, perché io, così brutto,
oso avvicinarmi a loro. Ma non mi importa! è meglio essere ucciso da loro
che essere beccato dalle anatre, beccato dalle galline, preso a calci dalla ragazza
che ha cura del pollaio, e soffrire tanto d'inverno! E volò nell'acqua
e nuotò verso quei magnifici cigni questi lo guardarono e si diressero
verso di lui frullando le piume. «Uccidetemi!» esclamò il povero
animale e abbassò la testa verso la superficie dell'acqua in attesa della
morte, ma, che cosa vide in quell'acqua chiara? Vide sotto di sé la sua
propria immagine: non era più il goffo uccello grigio scuro, brutto e sgraziato,
era anche lui un cigno. Che cosa importa essere nati in un pollaio di anatre,
quando si e usciti da un uovo di cigno? Ora era contento di tutte quelle sofferenze
e avversità che aveva patito, si godeva di più la felicità
e la bellezza che lo salutavano. E i grandi cigni nuotavano intorno a lui e lo
accarezzavano col becco. Nel giardino giunsero alcuni bambini e gettarono
pane e grano nell'acqua; poi il più piccolo gridò: «Ce n'è
uno nuovo!». E gli altri bambini esultarono con lui: «Sì, ne
è arrivato uno nuovo!». Battevano le mani e saltavano, poi corsero
a chiamare il padre e la madre, e gettarono di nuovo pane e dolci in acqua, e
tutti dicevano: «Il nuovo è il più bello, così giovane
e fiero!». E i vecchi cigni si inchinarono davanti a lui. Allora si
sentì timidissimo e infilò la testa dietro le ali, non sapeva neppure
lui cosa avesse! Era troppo felice, ma non era affatto superbo, perché
un cuore buono non diventa mai superbo! Ricordava come era stato perseguitato
e insultato, e ora sentiva dire che era il più bello di tutti gli uccelli!
I lilla piegarono i rami fino all'acqua e il sole splendeva caldo e luminoso.
Allora lui frullò le piume, rialzò il collo slanciato e esultò
nel cuore: Tanta felicità non l'avevo mai sognata, quando ero un
brutto anatroccolo!. 
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La
Sirenetta di Hans Christian Andersen In mezzo
al mare l'acqua è azzurra come i petali dei più bei fiordalisi e
trasparente come il cristallo più puro; ma è molto profonda, così
profonda che un'anfora non potrebbe raggiungere il fondo; bisognerebbe mettere
molti campanili, uno sull'altro, per arrivare dal fondo fino alla superficie.
Laggiù abitano le genti del mare. Non si deve credere che ci sia solo
sabbia bianca, no! Crescono alberi stranissimi, e piante con gli steli e i petali
così sottili che si muovono al minimo movimento dell'acqua, come fossero
esseri viventi. Tutti i pesci, grandi e piccoli, nuotano tra i rami, proprio come
fanno gli uccelli nell'aria. Nel punto più profondo si trova il castello
del re del mare. Le mura sono di corallo e le alte finestre a arco sono fatte
con ambra chiarissima, il tetto è formato da conchiglie che si aprono e
si chiudono secondo il movimento dell'acqua; sono proprio belle, perché
contengono perle meravigliose; una sola di quelle basterebbe alla corona di una
regina. Il re del mare era vedovo da molti anni, ma la sua vecchia madre governava
la casa, una donna intelligente, molto orgogliosa della sua nobiltà; e
per questo aveva dodici ostriche sulla coda, quando le altre persone nobili potevano
averne solo sei. Comunque aveva grandi meriti, soprattutto perché voleva
molto bene alle piccole principesse del mare, le sue nipotine. Erano sei graziose
fanciulle, ma la più giovane era la più bella di tutte, dalla pelle
chiara e delicata come un petalo di rosa, gli occhi azzurri come un lago profondo;
ma come tutte le altre non aveva piedi, il corpo terminava con una coda di pesce. Per
tutto il giorno potevano giocare nel castello, nei grandi saloni, dove fiori viventi
crescevano alle pareti. Le grandi finestre di ambra venivano aperte e i pesci
potevano nuotare dentro, proprio come fanno le rondini quando apriamo le finestre,
ma i pesci nuotavano vicino alle principessine, mangiavano dalle loro manine e
si lasciavano accarezzare. Fuori dal castello vi era un grande giardino con
alberi color rosso fuoco e blu scuro; i frutti brillavano come oro e i fiori come
fiamme di fuoco, poiché steli e foglie si agitavano continuamente. La terra
stessa era costituita da sabbia finissima, ma azzurra come lo zolfo ardente. E
una strana luce azzurra avvolgeva tutto; si poteva quasi credere di trovarsi nell'aria
e di vedere il cielo da ogni parte, invece di essere sul fondo del mare. Quando
il mare era calmo si poteva vedere il sole: sembrava un fiore color porpora dal
cui calice sgorgava tutta la luce. Ogni principessa aveva
una piccola aiuola nel giardino, in cui poteva piantare i fiori che voleva; una
di loro diede alla sua aiuola la forma di una balena; un'altra preferì
che assomigliasse a una sirenetta; la più giovane la fece rotonda come
il sole e vi mise solo fiori rossi come lui. Era una bambina strana, molto tranquilla
e pensierosa; le altre sorelle decorarono le aiuole con le cose più bizzarre
che avevano trovato tra le navi affondate, lei invece, oltre ai fiori rossi che
assomigliavano al sole, volle avere solo una bella statua di marmo, raffigurante
un giovane scolpito in una pietra bianca e trasparente, che era arrivata fin lì
dopo qualche naufragio. Vicino alla statua piantò un salice piangente di
color rossiccio, che crebbe splendidamente ripiegando i suoi freschi rami sul
giovane fino a raggiungere il suolo di sabbia azzurra, dove l'ombra diventava
viola e si muoveva come i rami stessi: sembrava così che i rami e le radici
si baciassero con dolcezza. Non c'era per lei gioia più grande che
sentir parlare del mondo degli uomini sopra di loro; la vecchia nonna dovette
raccontare tutto quanto sapeva delle navi e delle città, degli uomini e
degli animali; soprattutto la colpiva in modo particolare il fatto che i fiori
sulla terra profumassero (naturalmente non profumavano in fondo al mare!) e che
i boschi fossero verdi e che i pesci che si vedevano tra i rami potessero cantare
così bene che era un piacere ascoltarli; erano gli uccellini, ma la vecchia
nonna li chiamava pesci, per farsi capire da loro che non avevano mai visto un
uccello. «Quando compirete quindici anni» disse la nonna «avrete
il permesso di affacciarvi fuori dal mare, sedervi al chiaro di luna sulle rocce
e osservare le grosse navi che navigano; vedrete anche i boschi e le città.»
L'anno dopo la sorella più grande avrebbe compiuto quindici anni, ma le
altre... già, avevano tutte un anno di differenza tra loro, e la più
giovane doveva aspettare cinque anni prima di poter risalire il mare e vedere
come viviamo noi uomini. Tra sorelle si promisero che si sarebbero raccontate
le cose più significative che avrebbero visto durante il loro primo viaggio:
la nonna non raccontava abbastanza, e c'era tanto che loro volevano sapere.
Nessuno però lo voleva quanto la più giovane, proprio lei che doveva
aspettare più a lungo e che era così silenziosa e pensierosa. Per
molte notti restava affacciata alla finestra a guardare verso l'alto, attraverso
l'acqua scura, dove i pesci muovevano le pinne e la coda. Poteva vedere la luna
e le stelle, in realtà brillavano debolmente, ma attraverso l'acqua sembravano
molto più grandi che ai nostri occhi; se qualcosa le oscurava, come un'ombra
nera, lei sapeva che forse una balena nuotava sopra di lei, o forse era una nave
con tanti uomini. Questi non immaginavano certo che una graziosa sirenetta si
potesse trovare sotto di loro tendendo verso la carena della nave le sue bianche
braccia. La principessa più grande compì quindici anni e poté
raggiungere la superficie del mare. Tornata a casa, aveva cento cose da raccontare,
ma la cosa più bella, secondo lei, era stato stendersi al chiaro di luna
su un banco di sabbia nel mare calmo e guardare verso la costa la grande città,
piena di luci che brillavano come centinaia di stelle, sentire la musica e il
rumore delle carrozze e degli uomini, guardare le moltissime torri e i campanili
e ascoltare le campane che suonavano. Proprio perché non sarebbe mai potuta
andare lassù, aveva soprattu tto
interesse per quei posti. Oh, con che attenzione la sorellina minore
ascoltò! e quando poi a sera inoltrata andò alla finestra per guardare
in alto, attraverso l'acqua scura, pensò alla grande città con tutto
quel rumore, e le sembrò di sentire il suono della campana che arrivava
fino a lei. L'anno dopo la seconda sorella ebbe il permesso di risalire l'acqua
e di nuotare dove voleva. Si affacciò proprio quando il sole stava tramontando,
e trovò che quella vista fosse la cosa più bella. Tutto il cielo
sembrava dorato, raccontò, e le nuvole sì, la loro bellezza non
si poteva descrivere! rosse e viola avevano navigato sopra di lei, ma, molto più
veloce delle nuvole era passato come un lungo velo bianco uno stormo di cigni
selvatici, che si dirigeva verso il sole. Anche lei aveva cominciato a nuotare
verso il sole, ma questo era scomparso e i riflessi rosati si erano spenti sulla
superficie del mare e sulle nuvole. L'anno successivo toccò alla terza
sorella; era la più coraggiosa di tutte e risalì un largo fiume
che sfociava nel mare. Vide belle colline verdi con vigneti, castelli e fattorie
che spuntavano tra bellissimi boschi; sentì come cantavano gli uccelli,
e il sole scaldava tanto che dovette spesso buttarsi in acqua per rinfrescare
il viso infuocato. In una piccola insenatura incontrò un gruppo di bambini,
che, nudi, correvano e si gettavano in acqua; volle giocare con loro, ma questi
scapparono via spaventati; poi giunse un piccolo animale nero, era un cane ma
lei non ne aveva mai visto uno prima, e questo cominciò a abbaiarle contro,
così lei, spaventata, tornò nel mare aperto ma non poté più
dimenticare quei meravigliosi boschi, quelle verdi colline, e quei graziosi bambini
che sapevano nuotare, pur non avendo la coda di pesce. La quarta sorella non
fu così coraggiosa, restò in mezzo al mare aperto, e raccontò
che proprio lì stava il piacere, poteva guardare per molte miglia in ogni
direzione e il cielo sopra di lei le era sembrato una grossa campana di vetro.
Aveva visto delle navi, ma da lontano, e le erano parse simili a gabbiani; gli
allegri delfini avevano fatto le capriole e le grandi balene avevano soffiato
l'acqua dalle narici, e era stato come vedere cento fontane attorno a sé.
Venne poi il turno della quinta sorella; il suo compleanno cadeva in inverno,
e per questo vide cose che le altre non avevano visto. Il mare appariva verde
e tutt'intorno galleggiavano grosse montagne di ghiaccio; sembravano perle, raccontò,
ma erano molto più grandi dei campanili che gli uomini costruivano. Si
mostravano nelle forme più svariate e brillavano come diamanti. Si era
seduta su una delle più grosse e tutti i naviganti erano fuggiti spaventati
dal luogo in cui lei si trovava, con il vento che le agitava i lunghi capelli;
poi, verso sera, il cielo si era ricoperto di nuvole, c'erano stati lampi e tuoni,
e il mare nero aveva sollevato in alto i grossi blocchi di ghiaccio illuminati
da lampi infuocati. Su tutte le navi si ammainavano le vele, dominava la paura
e l'angoscia, lei invece se ne stava tranquilla sulla sua montagna di ghiaccio
galleggiante e guardava i fulmini azzurri colpire a zig-zag il mare illuminato.
La prima volta che le sorelle uscirono dall'acqua, restarono incantate per le
cose nuove e magnifiche che avevano visto, ma ora che erano cresciute e avevano
il permesso di salire quando volevano, erano diventate indifferenti, sentivano
nostalgia di casa, e dopo un mese dissero che presso di loro c'erano in assoluto
le cose più belle e che era molto meglio stare a casa. Molte volte,
di sera, le cinque sorelle, tenendosi sottobraccio, risalivano alla superficie;
avevano belle voci, più belle di quelle umane, e quando c'era tempesta
nuotavano fino alle navi che credevano potessero capovolgersi, e cantavano dolcemente
di come era bello stare in fondo al mare e pregavano i marinai di non aver paura
di arrivare laggiù; ma questi non erano in grado di capire le loro parole,
credevano fosse la tempesta e non riuscivano comunque a vedere le bellezze del
fondo del mare, perché quando la nave affondava, gli uomini affogavano
e arrivavano al castello del re del mare già morti. Quando le sorelle,
di sera, a braccetto, salivano sul mare, la sorellina più piccola restava
tutta sola e le osservava; sembrava che volesse piangere, ma le sirene non hanno
lacrime e per questo soffrono molto di più. «Ah, se solo avessi
quindici anni» esclamava. «So bene che amerei quel mondo che è
sopra di noi e gli uomini che vi abitano e vi costruiscono!» Finalmente
compì quindici anni. «Adesso sei grande anche
tu!» disse la nonna, la vecchia regina vedova. «Vieni! Lascia che
ti adorni, come le tue sorelle» e le mise una coroncina di gigli bianchi
sui capelli, ma ogni petalo di fiore era formato da mezza perla; poi la vecchia
fissò sulla coda della principessa otto grosse ostriche, per mostrare il
suo alto casato. «Ma fa male!» disse la sirenetta. «Bisogna
pur soffrire un po' per essere belli!» rispose la vecchia. Oh! Come
avrebbe voluto togliersi di dosso tutti quegli ornamenti e quella pesante corona!
I fiori rossi della sua aiuola la avrebbero adornata molto meglio, ma non osò
cambiare le cose. «Addio!» esclamò, e salì leggera come
una bolla d'aria attraverso l'acqua. Il sole era appena tramontato quando
affacciò la testa dall'acqua, tutte le nuvole però ancora brillavano
come rose e oro; nel cielo color lilla splendeva chiara e bellissima la stella
della sera; l'aria era mite e fresca e il mare calmo. C'era
una grande nave con tre alberi, ma una sola vela era tesa perché non c'era
il minimo soffio di vento; tra le sartie e i pennoni stavano seduti i marinai.
C'era musica e canti e man mano che scendeva la sera si accendevano centinaia
di luci multicolori. Sembrava che ondeggiassero nell'aria le bandiere di tutte
le nazioni. La sirenetta nuotò fino all'oblò di una cabina e ogni
volta che l'acqua la sollevava, vedeva attraverso i vetri trasparenti molti uomini
ben vestiti; il più bello di tutti era però il giovane principe,
con grandi occhi neri: non aveva certo più di sedici anni e compiva gli
anni proprio quel giorno. Per questo c'erano quei festeggiamenti! I marinai ballavano
sul ponte e quando il giovane principe uscì, si levarono in aria più
di cento razzi che illuminarono a giorno. La sirenetta si spaventò e si
rituffò nell'acqua, ma poco dopo riaffacciò la testa e le sembrò
che tutte le stelle del cielo cadessero su di lei. Non aveva mai visto fuochi
di quel genere. Grandi soli giravano tutt'intorno, bellissimi pesci di fuoco nuotavano
nell'aria azzurra, e tutto si rifletteva nel bel mare calmo. Anche sulla nave
c'era tanta luce che si poteva vedere ogni corda, e naturalmente gli uomini. Com'era
bello quel giovane principe! Dava la mano a tutti, ridendo e sorridendo, mentre
la musica risuonava nella splendida notte. Era ormai tardi, ma la sirenetta
non seppe distogliere lo sguardo dalla nave e dal bel principe. Le luci variopinte
vennero spente, i razzi non vennero più lanciati in aria, non si sentirono
più colpi di cannone, ma dal profondo del mare si sentì un rombo,
e lei intanto si faceva dondolare su e giù dall'acqua, per guardare nella
cabina; ma la nave prese velocità, le vele si spiegarono una dopo l'altra,
le onde si fecero più grosse, comparvero grosse nuvole e da lontano si
scorsero dei lampi. Sarebbe venuta una terribile tempesta! Per questo i marinai
ammainarono le vele. La grande nave filava a gran velocità sul mare agitato,
l'acqua si alzò come grosse montagne nere che volevano rovesciarsi sull'albero
maestro, la nave si immerse come un cigno tra le alte onde e si fece sollevare
di nuovo dall'acqua in movimento. La sirenetta pensò che quella fosse una
bella corsa, ma i marinai non erano della stessa opinione; la nave scricchiolava
terribilmente, le assi robuste cedevano sotto quei forti colpi, l'acqua colpiva
la carena, l'albero maestro si spezzò come fosse stato una canna; la nave
si piegò su un fianco, e l'acqua subito la riempì. Allora la sirenetta
capì che erano in pericolo, lei stessa doveva stare attenta alle assi e
ai relitti della nave che galleggiavano sull'acqua. Per un attimo fu talmente
buio che non riuscì a vedere nulla, quando poi lampeggiò divenne
così chiaro che riconobbe tutti gli uomini della nave; ognuno se la cavava
come poteva; lei cercò il principe e lo vide scomparire nel mare profondo,
proprio quando la nave affondò. Al primo momento fu molto felice, perché
lui ora sarebbe sceso da lei, ma poi ricordò che gli uomini non potevano
vivere nell'acqua, e che anche lui sarebbe arrivato al castello di suo padre solo
da morto. No, non doveva morire! Nuotò tra le assi e i relitti della nave,
senza pensare che avrebbero potuto schiacciarla, si immerse nell'acqua e risalì
tra le onde finché giunse dal giovane principe, che quasi non riusciva
più a nuotare nel mare infuriato. Cominciava a indebolirsi nelle braccia
e nelle gambe, gli occhi gli si chiusero; sarebbe certo morto se non fosse giunta
la sirenetta. Lei gli tenne la testa sollevata fuori dall'acqua
e con lui si lasciò trasportare dalla corrente dove capitava. Al mattino
il brutto tempo era passato; della nave non era rimasta traccia, il sole sorgeva
rosso e risplendeva sull'acqua; fu come se le guance del principe riacquistassero
colore, ma gli occhi rimasero chiusi. La sirena lo baciò sulla bella fronte
alta e carezzò indietro i capelli bagnati; le sembrò che assomigliasse
alla statua di marmo che aveva nel suo giardinetto, lo baciò di nuovo e
desiderò con forza che continuasse a vivere. Poi vide davanti a sé
la terra ferma, alte montagne azzurre sulla cui cima la bianca neve risplendeva
come ci fossero stati candidi cigni; lungo la costa si stendevano bei boschi verdi
e proprio lì davanti si trovava una chiesa o un convento, non sapeva bene,
ma era un edificio. Aranci e limoni crescevano nel giardino e davanti all'ingresso
si alzavano delle palme; il mare disegnava lì una piccola insenatura, calmissima
ma molto profonda, fino alla scogliera dove c'era sabbia bianca e sottile. Lei
nuotò là col suo bel principe, lo posò sulla sabbia e si
preoccupò che la testa fosse sollevata e rivolta verso il caldo sole.
Suonarono in quel momento le campane di quel grande edificio bianco, e molte ragazze
comparvero nel giardino. Allora la sirenetta si ritirò nuotando, dietro
alcune alte pietre che spuntavano dall'acqua, si mise della schiuma tra i capelli
e sul petto affinché nessuno la vedesse e aspettò che qualcuno andasse
dal povero principe. Non passò molto tempo e una fanciulla si avvicinò,
si spaventò molto, ma solo per un attimo, poi andò a chiamare altra
gente, e la sirena vide che il principe tornò in vita e sorrise a quanti
lo circondavano, ma non sorrise a lei, anche perché non sapeva che era
stata lei a salvarlo. Si sentì molto triste e quando lo ebbero portato
dentro quel grande edificio, si reimmerse dispiaciuta nell'acqua e tornò
al castello del padre. Se era sempre stata calma e pensierosa, ora lo fu molto
di più. Le sorelle le chiesero che cosa avesse visto la prima volta che
era stata lassù, ma lei non raccontò nulla. Per molte volte
al mattino e alla sera, risalì fino al punto in cui aveva lasciato il principe.
Vide che i frutti del giardino erano maturi e venivano colti, vide che la neve
si scioglieva dalle alte montagne; ma non vide mai il principe e così se
ne tornava a casa ogni volta sempre più triste. La sua unica consolazione
era quella di andare nel suo giardinetto e di abbracciare la bella statua di marmo
che assomigliava al principe; non curava più i suoi fiori, che crescevano
in modo selvaggio anche sui viali e intrecciavano i loro steli e le foglie con
i rami degli alberi, così che c'era molto buio. Alla fine non resse
più, raccontò tutto a una sorella, e così anche le altre
ne furono subito al corrente, ma poi nessun altro fu informato, eccetto poche
altre amiche che pure non lo dissero a nessuno se non alle loro amiche più
intime. Una di loro sapeva chi fosse quel principe, anche lei aveva visto la festa
sulla nave e sapeva da dove veniva e dov'era il suo regno. «Vieni, sorellina!»
dissero le altre principesse e, tenendosi sotto braccio, risalirono il mare fino
al punto in cui si trovava il castello del principe. Questo era fatto di una
lucente pietra gialla, aveva grandi scalmate di marmo, una delle quali scendeva
fino al mare. Splendide cupole dorate si innalzavano dal tetto, e tra le colonne
che circondavano l'intero edificio si trovavano statue di marmo, che sembravano
vive. Attraverso i vetri trasparenti delle alte finestre si poteva guardare in
saloni meravigliosi, con preziose tende di seta e tappeti, con grandi quadri alle
pareti che erano proprio divertenti da guardare. In mezzo al salone si trovava
una fontana con lo zampillo che arrivava fino alla cupola di vetro del soffitto,
attraverso la quale il sole faceva luccicare l'acqua e le belle piante che vi
crescevano dentro. Ora lei sapeva dove abitava il principe e vi tornò
per molte sere, nuotava molto vicino alla terra, come nessun altro aveva osato
fare, risaliva addirittura lo stretto canale fino alla magnifica terrazza di marmo
che gettava una grande ombra sull'acqua. Qui si metteva a guardare il giovane
principe, che credeva di trovarsi tutto solo al chiaro di luna. Lo
vide molte volte navigare in una splendida barca, con la musica e le bandiere
al vento, allora si affacciava tra le verdi canne e il vento le sollevava il lungo
velo argenteo, e se qualcuno la vedeva poteva pensare che fosse un cigno a ali
spiegate. Per molte notti sentì i pescatori, che stavano in mare con
le lanterne, parlare molto bene del principe, e fu felice di avergli salvato la
vita quella volta che era quasi morto e si era abbandonato alle onde; pensò
anche al capo che aveva riposato sul suo petto, e con quanta dolcezza lo aveva
baciato, ma lui non ne sapeva niente e non poteva neppure sognarla. Gli uomini
le piacevano ogni giorno di più, e sempre più spesso desiderava
salire e stare con loro: pensava che il loro mondo fosse molto più grande
del suo: loro potevano navigare sul mare con le navi, arrampicarsi sulle alte
montagne fin sopra le nuvole, e i campi che possedevano si estendevano con boschi
e prati molto lontano, così lontano che non riusciva a vederli. C'erano
tante cose che le sarebbe piaciuto sapere, ma le sorelle non sapevano rispondere
a tutto, allora le chiese alla nonna che conosceva bene quel mondo di sopra che
chiamava giustamente il paese sopra il mare. «Se gli uomini
non affogano» chiese la sirenetta «possono vivere per sempre? Non
muoiono come facciamo noi, nel mare?» «Certo» rispose la
vecchia. «Anche loro devono morire e la lunghezza della loro vita è
più breve della nostra. Noi possiamo arrivare fino a trecento anni, quando
però non viviamo più diventiamo schiuma dell'acqua, non abbiamo
una tomba tra i nostri cari; non abbiamo un'anima immortale e non vivremo mai
più: siamo come le verdi canne che, una volta tagliate, non rinverdiscono!
Gli uomini invece hanno un'anima che continua a vivere, vive anche dopo che il
corpo è diventato terra; sale attraverso l'aria fino alle stelle lucenti!
Come noi saliamo per il mare e vediamo la terra degli uomini, così loro
salgono fino a luoghi bellissimi e sconosciuti, che noi non potremo mai vedere!»
«Perché non abbiamo un'anima immortale?» chiese la sirenetta
tutta triste «io darei cento degli anni che devo ancora vivere per essere
un solo giorno come gli uomini e poi abitare nel mondo celeste!» «Non
devi neanche pensare queste cose!» esclamò la vecchia. «Noi
siamo molto più felici e stiamo certo meglio degli uomini.» «Allora
io devo morire e diventare schiuma del mare e non sentire più la musica
delle onde, o vedere i bei fiori e il sole rosso! Non posso fare proprio nulla
per ottenere un'anima immortale?» «No» rispose la vecchia.
«Solo se un uomo ti amasse più di suo padre e di sua madre, e tu
fossi l'unico suo pensiero e il solo oggetto del suo amore, e se un prete mettesse
la sua mano nella tua con un giuramento di fedeltà eterna; solo allora
la sua anima entrerebbe nel tuo corpo e tu riceveresti parte della felicità
degli uomini. Egli ti darebbe un'anima, conservando sempre la propria. Ma questo
non potrà mai accadere. La cosa che qui è così bella, la
coda di pesce, è considerata orribile sulla terra. Non capiscono niente;
per loro bisogna avere due strani sostegni che chiamano gambe, per essere belle!»
La sirenetta sospirò guardando la sua coda di pesce. «Stiamo
allegre!» disse la vecchia. «Saltiamo e balliamo per i trecento anni
che possiamo vivere; non è certo poco tempo! Poi ci riposeremo più
volentieri nella tomba. Stasera c'è il ballo a corte.» Quello
era uno spettacolo meraviglioso che non si vede mai sulla terra! Le pareti e il
soffitto dell'ampia sala da ballo erano costituite da un vetro grosso e trasparente.
Migliaia di conchiglie enormi, rosa e verdi come l'erba, erano allineate da ogni
lato, con un fuoco azzurro fiammeggiante che illuminava tutta la sala e si rifletteva
oltre le pareti, così che il mare di fuori fosse tutto illuminato. Si potevano
vedere innumerevoli pesci, grandi e piccoli, che nuotavano contro la parete di
vetro; su alcuni brillavano squame rosse scarlatte, su altri, d'oro e d'argento.
In mezzo alla sala scorreva un largo fiume dove danzavano i delfini e le sirene,
che cantavano così soavemente. Gli uomini sulla terra non hanno certo voci
così belle. La sirenetta cantò meglio di tutte, e tutti le batterono
le mani, per un istante si sentì felice, perché sapeva di avere
la voce più bella sia sul mare che sulla terra! Ma subito tornò
a pensare al mondo che c'era sopra di loro; non riusciva a dimenticare quel bel
principe e il suo dolore per il fatto di non possedere, come lui, un'anima immortale.
Uscì in silenzio dal castello del padre e andò a sedersi nel suo
giardinetto, mentre dall'interno risuonavano canti pieni d'allegria. Allora sentì
attraverso l'acqua il suono dei corni e pensò: Sta certamente navigando
qua sopra, colui che io amo più di mio padre e di mia madre, che riempie
ogni mio pensiero e nella cui mano io voglio riporre la felicità della
mia vita. Voglio fare qualunque cosa per conquistare lui e un'anima immortale!
Mentre le mie sorelle ballano nel castello di mio padre, io andrò dalla
strega del mare, ho sempre avuto tanta paura di lei, ma forse mi potrà
consigliare e aiutare!. La sirenetta uscì dal suo giardino e
si avviò verso il torrente ribollente, dietro il quale abitava la strega.
Non aveva mai percorso quella strada; non vi crescevano né fiori né
erba, solo un fondo di sabbia grigia si stendeva verso il torrente, dove l'acqua,
che sembrava spinta dalle ruote del mulino, girava come un vortice e inghiottiva
tutto quel che poteva afferrare. Lei dovette passare in mezzo a quei vortici tremendi
per arrivare nel territorio della strega, e qui c'era da attraversare una vasta
pianura bollente, che la strega chiamava la sua torbiera. Oltre la torbiera si
trovava la sua casa, in mezzo a un bosco orribile. Tutti gli alberi e i cespugli
erano polipi, per metà bestie e per metà piante: sembravano centinaia
di teste di serpente che crescevano dal terreno, tutti i rami erano lunghe braccia
vischiose, con le dita simili a vermi ripugnanti, che si muovevano in ogni loro
parte, dalle radici fino alla punta più estrema. Si avvolgevano intorno
a tutto quel che potevano afferrare e non lo lasciavano mai più. La
sirenetta si fermò spaventatissima; il cuore le batteva forte per la paura,
stava per tornare indietro, ma pensò al principe e all'anima degli uomini,
così le tornò il coraggio. Legò per bene i lunghi capelli
svolazzanti, affinché i polipi non riuscissero a afferrarli; mise le mani
sul petto e partì passando come un pesce guizzante nell'acqua, tra gli
orribili polipi, che allungavano i vischiosi tentacoli verso di lei. Vide ciò
che ognuno di essi aveva afferrato, centinaia di tentacoli trattenevano le prede
come tenaglie di ferro: uomini che erano morti in mare e caduti sul fondo si affacciavano
come bianchi scheletri tra i tentacoli; remi di imbarcazioni e casse erano tenuti
stretti, scheletri di animali e persino una sirenetta che avevano catturato e
soffocato. Questa vista fu per lei la più spaventosa! Poi giunse in
un'ampia radura di fango nel bosco, dove grossi serpenti di mare si rivoltavano
mostrando i loro orribili denti gialli. Nel mezzo si trovava una casa fatta con
le bianche ossa di uomini calati sul fondo; lì stava la strega del mare
e lasciava che un rospo mangiasse dalla sua mano, come gli uomini fanno con i
canarini quando gli danno lo zucchero. Quegli orribili grossi serpenti di mare
erano chiamati «pulcini» dalla strega che lasciava le strisciassero
sui grossi seni cadenti. «So bene che cosa vuoi!» disse la strega
del mare «sei proprio ammattita! comunque il tuo desiderio verrà
soddisfatto, perché ti porterà sventura, mia bella principessa!
Vuoi liberarti della tua coda di pesce e ottenere in cambio due sostegni per camminare
come gli uomini, così che il giovane principe si innamori di te e tu possa
ottenere un'anima immortale!» La strega rideva così sguaiatamente
che il rospo e i serpenti caddero a terra e lì continuarono a rotolarsi.
«Arrivi appena in tempo!» riprese. «Domani, una volta sorto
il sole non potrei più aiutarti e dovresti aspettare un anno intero. Ti
preparerò una bevanda, ma con questa devi nuotare fino alla terra, salire
sulla spiaggia e berla prima che sorga il sole. Allora la tua coda si dividerà
e si trasformerà in ciò che gli uomini chiamano gambe. Soffrirai
come se una spada affilata ti trapassasse. Tutti quelli che ti vedranno, diranno
che sei la più bella creatura umana mai vista! Conserverai la tua aggraziata
andatura, nessuna ballerina sarà migliore di te, ma a ogni passo che farai,
sarà come se camminassi su un coltello appuntito, e il tuo sangue scorrerà.
Se vuoi soffrire tutto questo, ti aiuterò!» «Sì»
esclamò la principessa con voce tremante, pensando al principe, e all'anima
immortale. «Ma ricordati» aggiunse la strega «una volta
che ti sarai trasformata in donna, non potrai mai più ritornare a essere
una sirena! Non potrai più discendere nel mare dalle tue sorelle e al castello
di tuo padre; e se non conquisterai l'amore del principe, cosicché lui
dimentichi per te suo padre e sua madre, dipenda da te per ogni suo pensiero e
chieda al prete di congiungere le vostre mani rendendovi marito e moglie, non
avrai mai un'anima immortale! e se lui sposerà un'altra, il primo mattino
dopo il matrimonio il tuo cuore si spezzerà e tu diventerai schiuma dell'acqua!» «Lo
voglio ugualmente!» disse la sirenetta, che era pallida come una morta.
«Però mi devi ricompensare!» aggiunse la strega «e non
è poco quello che pretendo. Tu possiedi la voce più bella tra tutti
gli abitanti del mare, e credi con quella di poterlo sedurre; ma la voce la devi
dare a me. Io voglio ciò che tu di meglio possiedi per la mia preziosa
bevanda! Devo versarci del sangue, affinché il filtro sia tagliente come
una spada a due lame!» «Se mi prendi la voce» chiese la
sirenetta «che cosa mi resta?» «La tua splendida persona,
la tua armoniosa andatura e i tuoi occhi espressivi, con questo riuscirai certo
a conquistare il cuore di un uomo. Allora! hai perso il coraggio? Tira fuori la
lingua così te la taglio; è il pagamento per quella potente bevanda!»
«Va bene!» esclamò la sirenetta, e la strega mise sul fuoco
la pentola per far bollire la bevanda magica. «La pulizia è un'ottima
cosa!» disse mentre strofinava la pentola con alcune serpi legate insieme,
poi si tagliò il petto e fece gocciolare il suo sangue nero, e il vapore
assunse forme molto strane che facevano proprio paura. «Eccola qui!»
disse la strega e tagliò la lingua alla sirenetta, che ora era muta e non
poteva più né cantare né parlare. «Se i polipi
volessero afferrarti, mentre passi di nuovo attraverso il mio bosco» spiegò
la strega «getta una goccia di questa bevanda su di loro e le loro braccia
e dita si romperanno in mille pezzi.» Ma la sirenetta non ebbe bisogno di
farlo; i polipi si allontanarono spaventati da lei non appena videro quella bevanda
lucente che teneva in mano come fosse una stella luminosa. Così passò
in fretta per il bosco, per la palude e per il torrente che ribolliva. Vide
il castello di suo padre, le luci erano spente nella grande sala da ballo; certamente
tutti dormivano, e lei comunque non avrebbe osato cercarli: ora era muta e doveva
andarsene per sempre. Le sembrò che il cuore si spezzasse per il dolore.
Andò in silenzio nel giardino e prese un fiore da ogni giardinetto delle
sorelle; gettò con le dita mille baci verso il castello e salì per
il mare blu. Il sole non era ancora sorto quando vide il castello del principe
e salì per la bellissima scalinata di marmo. La luna splendeva meravigliosa.
La sirenetta bevve allora il filtro infuocato, e subito fu come se una spada a
due lame le trafiggesse il corpo delicato; svenne e rimase distesa come morta.
Quando il sole spuntò all'orizzonte, si svegliò e sentì un
dolore lancinante, ma proprio davanti a lei stava il giovane principe, bellissimo,
che la fissava con i magnifici occhi neri, così lei abbassò i suoi
e vide che la sua coda di pesce era sparita e ora possedeva le più belle
gambe bianche che mai nessuna fanciulla aveva avuto. Ma era
tutta nuda e così si avvolse nei suoi capelli. Il principe le chiese chi
fosse e come fosse arrivata fin lì, lei lo guardò dolcemente e tanto
tristemente coi suoi occhi azzurri: non poteva parlare. Lui la prese per mano
e la portò al palazzo. A ogni passo le sembrava, come la strega le aveva
detto, di camminare su punte taglienti e su coltelli affilati, ma sopportò
tutto volentieri, e tenendo il principe per mano salì le scale leggera
come una bolla d'aria e sia lui che gli altri ammirarono la sua armoniosa andatura.
Ricevette costosi abiti di seta e di mussola, era la più bella del castello,
ma era muta, non poteva né cantare né parlare. Graziose damigelle
vestite d'oro e di seta avanzarono e cantarono davanti al principe e ai suoi genitori,
una di loro cantò meglio delle altre e il principe batté le mani
e le sorrise. In quel momento la sirenetta si rattristò; sapeva che avrebbe
saputo cantare molto meglio, e pensò: «Dovrebbe proprio sapere che
io, per stare vicino a lui, ho ceduto per sempre la mia voce!» Poi le
damigelle danzarono balli meravigliosi su una musica dolcissima; allora anche
la sirenetta tese le braccia bianche, si alzò sulla punta dei piedi e volteggiò,
ballò come mai nessuno aveva fatto; a ogni movimento la sua bellezza era
sempre più visibile e i suoi occhi parlavano al cuore meglio dei canti
delle damigelle. Tutti rimasero incantati, soprattutto il principe, che la
chiamò la sua trovatella, e lei continuò a danzare, anche se ogni
volta che i piedi toccavano terra, era come toccassero coltelli affilati. Il principe
le disse che sarebbe dovuta rimanere per sempre con lui e le diede il permesso
di dormire fuori dalla sua stanza su un cuscino di velluto. Fece preparare
per lei un costume da amazzone, affinché potesse accompagnarlo a cavallo.
Cavalcarono in mezzo ai boschi profumati, dove i verdi rami sfioravano loro le
spalle e gli uccellini cantavano tra le foglie fresche. La sirenetta si arrampicò
col principe sulle alte montagne, e nonostante i suoi piedi sanguinassero a tal
punto che anche gli altri se ne accorsero, lei ne rideva e lo seguì fino
a dove poterono vedere le nuvole spostarsi sotto il loro, come fossero state stormi
di uccelli che si dirigevano verso paesi stranieri. Quando al castello di
notte gli altri dormivano, lei andava alla scalinata di marmo e si rinfrescava
i piedi doloranti immergendoli nell'acqua fresca del mare, e intanto pensava a
coloro che stavano nelle profondità marine. Una notte giunsero le sue
sorelle a braccetto, cantarono tristemente, nuotando sulle onde, lei le salutò
con la mano e loro la riconobbero e raccontarono quanto li avesse resi tristi.
Da quella volta tutte le notti le facevano visita, e una notte vide, lontano,
la vecchia nonna, che da molti anni non era più salita in superficie, e
il re del mare, con la corona in testa; tesero le braccia verso di lei, ma non
osarono avvicinarsi alla terra come le sue sorelle. Ogni giorno il principe
le voleva più bene, la amava come si può amare una cara fanciulla,
ma non pensava certo di renderla regina; eppure lei doveva diventare sua moglie,
altrimenti non avrebbe mai ottenuto un'anima immortale, e al mattino successivo
al matrimonio del principe con un'altra sarebbe diventata schiuma. Non
vuoi più bene a me che a tutti gli altri? sembrava chiedessero gli
occhi della sirenetta, quando il principe la prendeva tra le braccia e le baciava
la bella fronte. «Sì, tu sei la più cara di tutte!»
diceva il principe «perché hai un cuore che è migliore di
tutti gli altri, poi mi sei molto devota, e assomigli tanto a una fanciulla che
vidi una volta, ma che sicuramente non troverò mai più. Ero su una
nave che affondò, le onde mi trascinarono a riva vicino a un tempio dove
servivano molte fanciulle; la più giovane mi trovò sulla spiaggia
e mi salvò la vita, la vidi solo due volte; è l'unica persona che
potrei amare in questo mondo, e tu le assomigli, e hai quasi sostituito la sua
immagine nel mio animo. Lei appartiene al tempio e per questo la mia buona sorte
ti ha mandato da me; non ci separeremo mai.» Oh, lui non sa che
sono stata io a salvargli la vita! pensò la sirenetta. Io l'ho
sorretto in mare fino al bosco dove si trova il tempio, io mi sono nascosta tra
la schiuma per vedere se arrivava gente. E ho visto quella bella fanciulla che
lui ama più di me! e intanto sospirava profondamente, poiché
non poteva piangere. Ma quella ragazza appartiene al tempio, ha detto il
principe, e non verrà mai nel mondo, non si incontreranno mai più,
e io sono vicino a lui, lo vedo ogni giorno, avrò cura di lui, lo amerò
e gli sacrificherò la mia vita! Un giorno si venne a sapere che
il principe si doveva sposare con la bella principessa del reame confinante, e
per questo stava allestendo una splendida nave. Il principe sarebbe andato a visitare
il regno vicino, così si diceva, ma in realtà era per vedere la
figlia del re; e avrebbe portato con sé un ricco seguito. Ma la sirenetta
scuoteva la testa e rideva; conosceva il pensiero del principe molto meglio degli
altri. «Sono costretto a partire» le aveva detto «devo incontrare
quella bella principessa; i miei genitori lo vogliono, ma non mi costringeranno
a portarla a casa come mia sposa. Non lo voglio! Non posso amarla, non assomiglia
alla bella fanciulla del tempio, come le somigli tu. Se mai dovessi scegliere
una sposa, allora prenderei te, mia trovatella muta con gli occhi parlanti!»
E le baciò la bocca rossa, le carezzò i lunghi capelli e posò
il capo sul suo cuore, che sognò una felicità umana e un'anima immortale.
«Non hai paura del mare, vero, mia fanciulla muta?» le chiese il principe
quando furono sulla meravigliosa nave che doveva portarli nel regno vicino, e
le raccontò della tempesta e del mare calmo, degli strani pesci e di quello
che i palombari avevano visto sul fondo, e lei sorrideva ai suoi racconti, lei
che conosceva meglio di chiunque altro il fondo del mare. Nella chiara notte
di luna, mentre tutti gli altri dormivano fuorché il timoniere, si appoggiò
al parapetto della nave e guardò verso l'acqua trasparente; le sembrò
di vedere il castello di suo padre e la vecchia nonna con la corona d'argento
in testa che osservava, attraverso le correnti del mare, il movimento della nave.
Poi giunsero alla superficie le sue sorelle, che la fissarono tristemente tendendo
le mani bianche verso di lei; lei le salutò, sorrise, e avrebbe voluto
dire che tutto andava bene, ma il mozzo si avvicinò e le sorelle si immersero
nell'acqua, così lui credette che quel biancore che aveva visto fosse la
schiuma del mare. Il mattino dopo la nave entrò nel porto della bella
città del re vicino. Tutte le campane suonarono e dalle alte torri suonarono
le trombe, mentre i soldati, tra lo sventolare delle bandiere, presentavano le
baionette lucenti. Ogni giorno ci fu una festa. Balli e ricevimenti
si susseguirono, ma la principessa non c'era ancora, abitava molto lontano, in
un tempio, dissero, per imparare tutte le virtù necessarie a una regina.
Finalmente un giorno arrivò. La piccola sirena era ansiosa di vedere
la sua bellezza e dovette riconoscere di non aver mai visto una figura così
graziosa. La pelle era molto delicata e trasparente, e sotto le lunghe ciglia
scure due occhi azzurri e fiduciosi sorridevano. «Sei tu!» esclamò
il principe «tu che mi hai salvato quando giacevo come morto sulla costa!»
e strinse tra le braccia la fidanzata, che era arrossita. «Oh, sono troppo
felice!» disse alla sirenetta. «La cosa più bella, che non
avevo mai osato sperare, è avvenuta! Rallegrati con me, tu che mi vuoi
così bene tra tutti!» E la sirenetta gli baciò la mano, ma
sentì che il suo cuore si spezzava. Il mattino dopo le nozze sarebbe morta,
trasformata in schiuma del mare. Tutte le campane suonarono, gli araldi cavalcarono
per le strade a annunciare il fidanzamento. Su tutti gli altari si bruciarono
oli profumati in preziose lampade d'argento. I preti fecero oscillare gli incensieri
mentre gli sposi si strinsero le mani e ricevettero la benedizione del vescovo.
La sirenetta, vestita di seta e d'oro, reggeva lo strascico, ma le sue orecchie
non sentivano quella musica gioiosa, i suoi occhi non vedevano quella sacra cerimonia:
pensava alla sua morte e a tutto quel che avrebbe perso in questo mondo. La
sera stessa gli sposi salirono a bordo della nave, i cannoni spararono, e le bandiere
sventolarono; in mezzo alla nave era stata montata una tenda reale fatta d'oro
e di porpora, con cuscini sofficissimi, su cui la coppia di sposi avrebbe dovuto
dormire in quella quieta e fredda notte. Le vele sventolavano al vento, e
la nave scivolava leggera, senza scossoni, sul mare trasparente. Quando venne
buio si accesero le lampade variopinte e i marinai ballarono allegramente sul
ponte. La sirenetta ripensò alla prima volta in cui si era affacciata sulla
terra e aveva visto lo stesso splendore e la stessa gioia, si inserì nelle
danze, volteggiò come fa la rondine quando viene inseguita, e tutti le
mostrarono la loro ammirazione: non aveva mai ballato così bene. Sentiva
i piedini come tagliati da coltelli affilati, ma non vi badò, le faceva
più male il cuore. Sapeva che quella era l'ultima sera in cui vedeva colui
per il quale aveva lasciato la sua gente e la sua casa, per il quale aveva rinunciato
alla sua bella voce, per il quale aveva sofferto ogni giorno tormenti senza fine,
che lui neppure poteva immaginare. Quella era l'ultima notte in cui avrebbe respirato
la sua stessa aria; guardò verso il profondo mare e verso il cielo stellato:
una notte eterna senza pensieri né sogni la aspettava, poiché non
aveva un'anima, né poteva ottenerla. L'allegria e la gioia sulla nave durarono
a lungo anche dopo mezzanotte; anche lei rise e danzò ma aveva pensieri
di morte nel cuore. Il principe baciò la sua bella sposa e lei gli accarezzò
i capelli neri, poi a braccetto andarono a riposarsi nella splendida tenda.
Calò il silenzio sulla nave, solo il timoniere era sveglio al timone; la
sirenetta pose le bianche braccia sul parapetto e guardò verso est, per
vedere il rosso dell'alba: il primo raggio di sole la avrebbe uccisa. Allora vide
le sue sorelle spuntare fuori dal mare, erano pallide come lei, i loro lunghi
e bei capelli non si agitavano più nel vento, erano stati tagliati.
«Li abbiamo dati alla strega, perché ti venisse a aiutare affinché
tu non muoia questa notte. Allora ci ha dato un coltello; eccolo! vedi com'è
affilato? Prima che sorga il sole devi infilzarlo nel cuore del principe; quando
il suo caldo sangue bagnerà i tuoi piedi, questi riformeranno una coda
di pesce e tu ridiventerai una sirena e potrai gettarti in acqua con noi e vivere
i tuoi trecento anni prima di morire e diventare schiuma salata. Fai presto! O
tu o lui dovete morire prima che sorga il sole! La nonna soffre tanto e ha perso
tutti i capelli bianchi, e i nostri sono caduti sotto le forbici della strega.
Uccidi il principe e torna indietro! Presto! non vedi quella striscia rossa nel
cielo? Tra pochi minuti sorgerà il sole e allora morrai!» Sospirarono
profondamente e si reimmersero tra le onde. La sirenetta sollevò il
tappeto di porpora della tenda e vide la bella sposina dormire col capo sul petto
del principe, si chinò verso di lui e gli baciò la bella fronte,
guardò verso il cielo dove la luce dell'alba si faceva sempre più
intensa, guardò il coltello affilato e poi fissò di nuovo gli occhi
del principe, che in sogno pronunciò il nome della sua sposa; solo lei
era nei suoi pensieri, e il coltello tremò nella mano della sirena. Allora
lo gettò lontano tra le onde, che brillarono rosse dove era caduto: sembrava
che gocce di sangue zampillassero dall'acqua. Ancora una volta guardò con
lo sguardo spento verso il principe; poi si gettò in mare e sentì
che il suo corpo si scioglieva in schiuma. Il sole sorse alto
sul mare, i raggi battevano caldi sulla gelida schiuma e la sirenetta non sentì
la morte, vedeva il bel sole e su di lei volavano centinaia di bellissime creature
trasparenti; attraverso le loro immagini poteva vedere la bianca vela della nave
e le rosse nuvole del cielo, la loro voce era una melodia così spirituale
che nessun orecchio umano poteva sentirla; così come nessun occhio umano
poteva vederle. Volavano nell'aria senza ali, grazie alla loro stessa leggerezza.
La sirenetta vide che aveva un corpo come il loro, e che si sollevava sempre più
dalla schiuma. «Dove sto andando?» chiese la sirenetta, e la sua
voce risuonò come quella delle altre creature, così spirituale che
nessuna musica terrena poteva riprodurla. «Dalle figlie dell'aria!»
le risposero. «Le sirene non hanno un'anima immortale e non possono ottenerla
se non conquistando l'amore di un uomo! La loro esistenza immortale dipende da
una forza estranea. Anche le figlie dell'aria non hanno un'anima immortale, ma
possono conquistarne una da sole, tramite le buone azioni. Noi andiamo verso i
paesi caldi; dove l'aria calda e pestilenziale uccide gli uomini, noi portiamo
il fresco. Spandiamo il profumo dei fiori nell'aria e portiamo ristoro e guarigione.
Se per trecento anni interi continuiamo a fare tutto il bene che possiamo, otteniamo
un'anima immortale e possiamo partecipare all'eterna felicità degli uomini.
Tu, povera sirenetta, lo hai desiderato con tutto il cuore; anche tu, come noi,
hai sofferto e sopportato, e sei arrivata al mondo delle creature dell'aria: ora
puoi compiere delle buone azioni e conquistarti un'anima immortale fra trecento
anni!» La sirenetta sollevò le braccia trasparenti verso il sole
del Signore e per la prima volta sentì le lacrime agli occhi. Sulla nave
era ripresa la vita e il rumore; vide che il principe e la sua bella sposa la
cercavano, e guardarono tristemente verso la schiuma del mare, quasi sapessero
che si era gettata tra le onde. Invisibile baciò la sposa sulla fronte,
sorrise al principe e salì con le altre figlie dell'aria su una nuvola
rosa che navigava nel cielo. «Fra trecento anni entreremo nel regno
di Dio!» «Anche prima potremo arrivarci» sussurrò
una di loro. «Senza farci vedere entriamo nelle case degli uomini, dove
c'è qualche bambino; ogni volta che troviamo un bambino buono che rende
felici i suoi genitori e merita il loro amore, il Signore ci abbrevia il periodo
di prova. Il bambino non sa quando entriamo in casa, ma noi gli sorridiamo per
la gioia, e così ci viene tolto un anno dei trecento che ci toccano; se
invece troviamo un bambino cattivo e capriccioso, allora dobbiamo piangere di
dolore e ogni lacrima aumenta di un giorno il nostro tempo di prova!» 
|
| Il
tenace soldatino di stagno di Hans Christian Andersen
C'erano una volta venticinque soldati di stagno, tutti fratelli tra loro perché
erano nati da un vecchio cucchiaio di stagno. Tenevano il fucile in mano, e lo
sguardo fisso in avanti, nella bella uniforme rossa e blu. La prima cosa che sentirono
in questo mondo, quando il coperchio della scatola in cui erano venne sollevata,
fu l'esclamazione: «Soldatini di stagno!» gridata da un bambino che
batteva le mani; li aveva ricevuti perché era il suo compleanno, e li allineò
sul tavolo. I soldatini si assomigliavano in ogni particolare, solo l'ultimo
era un po' diverso: aveva una gamba sola perché era stato fuso per ultimo
e non c'era stato stagno a sufficienza! Comunque stava ben dritto sulla sua unica
gamba come gli altri sulle loro due gambe e proprio lui ebbe una strana sorte.
Sul tavolo dove erano stati appoggiati c'erano molti altri giocattoli, ma quello
che più attirava l'attenzione era un grazioso castello di carta. Attraverso
le finestrelle si poteva vedere nelle sale. All'esterno si trovavano molti alberelli
intorno a uno specchietto che doveva essere un lago; vi nuotavano sopra e vi si
rispecchiavano cigni di cera. Tutto era molto grazioso, ma la cosa più
carina era una fanciulla, in piedi sulla porta aperta del castello; anche lei
era fatta di carta, ma aveva la gonna di lino finissimo e un piccolo nastro azzurro
drappeggiato sulle spalle con al centro un lustrino splendente, grande come il
suo viso. La fanciulla aveva entrambe le mani tese in alto, perché era
una ballerina, e aveva una gamba sollevata così in alto che il soldatino
di stagno, non vedendola, credette che anch'ella avesse una gamba sola, proprio
come lui. Quella sarebbe la sposa per me! pensò ma è
molto elegante e abita in un castello; io invece ho solo una scatola e ci abitiamo
in venticinque, non è certo un posto per lei! comunque devo cercare di
fare conoscenza! Si stese lungo com'era dietro una tabacchiera che si trovava
sul tavolo; da lì poteva vedere bene la graziosa fanciulla che continuava
a stare su una gamba sola, senza perdere l'equilibrio. A sera inoltrata gli
altri soldatini di stagno entrarono nella scatola e gli abitanti della casa andarono
a letto. Allora i giocattoli cominciarono a divertirsi: si scambiavano visite
ballavano, giocavano alla guerra. I soldatini di stagno rumoreggiavano nella scatola,
perché desideravano partecipare ai divertimenti, ma non riuscirono a togliere
il coperchio. Lo schiaccianoci faceva le capriole e il gesso si divertiva sulla
lavagna, facevano un tale rumore che il canarino si svegliò e cominciò
a parlare in versi. Gli unici che non si mossero affatto furono il soldatino
di stagno e la piccola ballerina; lei si teneva ritta sulla punta del piede con
le due braccia alzate, lui con pari tenacia restava dritto sulla sua unica gamba
e gli occhi non si spostavano un solo momento da lei. Suonò mezzanotte
e tac... si sollevò il coperchio della tabacchiera, ma dentro non c'era
tabacco, bensì un piccolissimo troll nero, perché era una scatola
a sorpresa. «Soldato!» disse il troll «smettila di guardare
gli altri!» Ma il soldatino finse di non sentire. «Aspetta
domani e vedrai!» gli disse il troll. Quando l'indomani i bambini si
alzarono, il soldatino fu messo vicino alla finestra e, non so se fu il troll
o una folata di vento, la finestra si aprì e il soldatino cadde a testa
in giù dal terzo piano. Fu un volo terribile, a gambe all'aria, poi cadde
sul berretto infilando la baionetta tra le pietre. La domestica e il ragazzino
scesero subito a cercarlo, ma sebbene stessero per calpestarlo, non riuscirono
a vederlo. Se il soldatino avesse gridato: Sono qui! lo avrebbero
certamente trovato, ma lui pensò che non fosse bene gridare a voce alta
perché era in uniforme. Cominciò a piovere, le gocce cadevano sempre
più fitte e venne un bell'acquazzone: quando finalmente smise di piovere
arrivarono due monelli. «Guarda!» disse uno «c'è
un soldatino di stagno! adesso lo facciamo andare in barca.» Fecero
una barchetta con un giornale, vi misero dentro ii soldatino e lo fecero navigare
lungo un rigagnolo; gli correvano dietro battendo le mani. Dio ci salvi! che ondate
c'erano nel rigagnolo, e che corrente! Tutto a causa dell'acquazzone. La barchetta
andava su e giù e ogni tanto girava su se stessa così velocemente
che il soldatino tremava tutto, ma ciò nonostante, tenace com'era, non
batté ciglio, guardò sempre davanti a sé e tenne il fucile
sotto il braccio. Improvvisamente la barchetta si infilò in un passaggio
sotterraneo della fogna; era così buio che al soldatino sembrava d'essere
nella sua scatola. Dove sto andando? pensò. Sì,
tutta colpa del troll! Ah, se solo la fanciulla fosse qui sulla barca con me,
allora non mi importerebbe che fosse anche più buio. In quel
mentre sbucò fuori un grosso ratto, che abitava nella fogna. «Hai
il passaporto?» chiese. «Tira fuori il passaporto!» Ma il soldatino
restò zitto e tenne il fucile ancora più stretto. La barchetta passò
oltre e il ratto si mise a seguirla. Hu! come digrignava i denti e gridava alle
pagliuzze e ai trucioli: «Fermatelo! Fermatelo! non ha pagato la dogana!
non ha mostrato il passaporto!». Ma la corrente si fece sempre più
forte e il soldatino scorgeva già la luce del giorno alla fine della fogna,
quando sentì un rumore terribile, che faceva paura anche a un uomo coraggioso;
pensate, il rigagnolo finiva in un grande canale, e per il soldatino era pericoloso
come per noi capitare su una grande cascata. Ormai era così vicino
che gli era impossibile fermarsi. Si irrigidì più che poté,
perché nessuno potesse dire che aveva avuto paura. La barchetta girò
su se stessa tre, quattro volte e ormai era piena di acqua fino all'orlo e stava
per affondare. Il soldatino sentiva l'acqua arrivargli alla gola, e la barchetta
affondava sempre più; la carta intanto si disfaceva. L'acqua gli coprì
anche la testa allora pensò alla graziosa ballerina che non avrebbe
rivisto mai più, e si sentì risuonare nelle orecchie:
Addio,
bel soldatino morir dovrai anche tu La carta si disfece del tutto
e il soldatino di stagno andò a fondo, ma subito venne inghiottito da un
grosso pesce. Oh, com'era buio là dentro! ancora più buio che
nella fogna, e poi era così stretto; ma il soldatino era tenace e restò
lì disteso col fucile in spalla. Il
pesce si agitava in modo terribile, poi si calmò e fu come se un lampo
lo attraversasse. La luce ormai splendeva e qualcuno gridò: «Il soldatino
di stagno!». Il pesce era stato pescato, portato al mercato, venduto e portato
in cucina dove una ragazza lo aveva tagliato con un grosso coltello. Prese con
due dita il soldatino e lo portò in salotto dove tutti volevano vedere
quell'uomo straordinario che aveva viaggiato nella pancia di un pesce; ma lui
non si insuperbì. Lo misero sul tavolo e... oh, che stranezze succedono
nel mondo! il soldatino si trovò nella stessa sala in cui era stato prima,
vide gli stessi bambini e i giocattoli che erano sul tavolo, il bel castello di
carta con la graziosa ballerina, che ancora stava ritta su un piede solo e teneva
l'altro sollevato; anche lei era tenace e questo commosse il soldatino che stava
per piangere lacrime di stagno, ma questo non gli si addiceva. La guardò,
e lei guardò lui, ma non dissero una sola parola. In quel mentre uno
dei bambini più piccoli prese il soldatino e lo gettò nella stufa,
e proprio senza alcun motivo, sicuramente era colpa del troll della tabacchiera.
Il soldatino vide una gran luce e sentì un gran calore, era insopportabile,
ma lui non sapeva se era proprio la fiamma del fuoco o quella dell'amore. I suoi
colori erano ormai sbiaditi, ma chi poteva dire se fosse per il viaggio o per
la pena d'amore? Il soldatino guardò la fanciulla e lei guardò lui,
e lui si sentì sciogliere, ma ancora teneva ben stretto il fucile sulla
spalla. Intanto una porta si spalancò e il vento afferrò la ballerina
che volò come una silfide proprio nella stufa vicino al soldatino. Sparì
con una sola fiammata, e anche il soldatino si sciolse completamente. Quando il
giorno dopo la domestica tolse la cenere, del soldatino trovò solo il cuoricino
di stagno, della ballerina il lustrino tutto bruciacchiato e annerito. 
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